
venerdì 9 settembre 2011
martedì 26 luglio 2011
Terre fertili agli stranieri .....(tra cui l’Italia)

Monica Riot Capo .. tramite Punto e a Capo di Monica Capo
Un’indagine condotta da Survival International ha portato alla luce prove allarmanti del fatto che alcune tra le terre agricole più produttive dell’Etiopia sono state sottratte alle tribù locali per essere affittate ad aziende straniere. Le società che si sono accaparrate la terra, l’utilizzeranno sia per la produzione di biocarburanti sia per coltivare ed esportare prodotti alimentari.
Etiopia: terre fertili agli stranieri (tra cui l’Italia) mentre in migliaia muoiono di fame .
www.survival.it
Ad essersi accaparrate appezzamenti di terra fertile della valle dell'Omo sono compagnie malesi, coreane e anche italiane.
Etiopia: terre fertili agli stranieri (tra cui l’Italia) mentre in migliaia muoiono di fame 25 luglioNotizie & Media -Ufficio stampa Cartelle stampa Notizie per paese
Notizie per popolo Newsletter elettronica Comunicati via e-mail Nella valle dell'Omo vivono otto diverse tribù. Joey L / joeyl.com
Un’indagine condotta da Survival International ha portato alla luce prove allarmanti del fatto che alcune tra le terre agricole più produttive dell’Etiopia sono state sottratte alle tribù locali per essere affittate ad aziende straniere.
Le società che si sono accaparrate la terra, l’utilizzeranno sia per la produzione di biocarburanti sia per coltivare ed esportare prodotti alimentari mentre, contemporaneamente, migliaia di Etiopi stanno morendo di fame a causa della terribile siccità in corso.
Ad essersi accaparrate ampi tratti di terra fertile situata nell’area del fiume Omo, nel sud-ovest dell’Etiopia, sono imprese malesi, coreane e anche italiane, tra cui la Fri-El Green Power.
Nonostante i 90.000 indigeni che vi abitano dipendano dalla terra per la loro sopravvivenza, i terreni saranno sgombrati per fare spazio alle coltivazioni estensive destinate all’esportazione.
Il governo sta pianificando di aumentare la quantità di terra da destinare al progetto ad almeno 245.000 ettari, di cui almeno 150.000 saranno riservati alle piantagioni di canna da zucchero.
Il ritorno delle grandi dighe devasterà le vite dei popoli indigeni.
© E. Lafforgue/Survival
La regione è attualmente afflitta dalla peggiore siccità degli ultimi 60 anni, che sta lasciando milioni di persone senza cibo. Le tribù della Valle dell’Omo, per il momento, sono relativamente al riparo da questo flagello.
Ma il governo li considera “arretrati” ed è determinato a “modernizzarli”: li vuole trasformare da contadini, pastori e cacciatori autosufficienti quali sono oggi, a manovali da impiegare nelle coltivazioni estensive.
In alternativa, potrebbero essere anche semplicemente sfrattati dalle loro terre.
Il progetto agro-industriale varato dal governo nella regione include anche la costruzione di una serie di dighe sul fiume Omo, tra cui la controversa Gibe III ad opera dall’italiana Salini Costruttori, destinata a diventare una delle più grandi dell’Africa.
Alla realizzazione della diga seguirà la costruzione di centinaia di chilometri di canali di irrigazione, che devieranno il corso di acque indispensabili agli indigeni.
Queste operazioni priveranno le tribù delle esondazioni stagionali del fiume, che alimentano e rendono possibile le loro coltivazioni.
La popolazione locale ha subito intimidazioni volte a impedire il passaggio di informazioni agli esterni o ai giornalisti, e non è mai stata adeguatamente consultata.
Una persona che ha recentemente visitato la zona, ha raccontato a Survival che governo e polizia stanno usando la mano pesante con gli indigeni, arrestandoli, torturandoli e violentando le donne, in modo che non oppongano resistenza all’invasione della terra. Un indigeno ha detto a questo visitatore: “Le persone vivono nella paura, temono il governo.
Per favore aiutate i pastori dell’Etiopia meridionale: su di loro incombe una grave minaccia”.
“I popoli che vivono nella Valle dell’Omo non sono né ‘arretrati’ né hanno bisogno di essere ‘modernizzati’ ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival International. Essi appartengono al XXI secolo esattamente come le multinazionali che stanno cercando di accaparrarsi le loro terre.
Costringendoli a diventare manovali, con ogni probabilità la qualità della loro vita peggiorerà drasticamente e saranno condannati alla fame e all’indigenza, esattamente come accade a molti dei loro connazionali.”
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martedì 12 luglio 2011
“Ogni uomo deve decidere se camminerà nella luce dell'altruismo creativo o nel buio dell'egoismo distruttivo.
Questa è la decisione.
La più insistente ed urgente domanda della vita è:
"Che cosa fate voi per gli altri?...
Ignorare il male equivale ad esserne complici.
Martin Luther king
Clandestini, di Pietro Barbera
Approdano, talvolta.
Nel cuore i compagni perduti gli affetti spezzati, nella mente l'ignoto, negli occhi una strascicata speranza. Nude mani come artigli sulla vita, sottratta alla furia delle onde alla barbarie alla... fame, scavano fosse di libertà.
Clandestini sull'arida terra occultati sotto pietre di silenzio annegati negli abissi dell'indifferenza.
Spargono tracce di sangue lungo il cammino inghiottite dalle acque, sorbite dalle zolle, volatilizzate verso il rosso sole. Fantasmi..... Impalpabili...... Clandestini.....Come la nostra solidarietà. Alziamo solo barricate contro l'uomo.
Il tempo ha sempre sbriciolato muraglie e civiltà, depennato confini, stendendo spesse coltri di pietà sopra ogni odio.
Di: Vito Raia
lunedì 20 giugno 2011
AFRICA
Il mio nome è Africa....
quella che un tempo fece impazzire
di gelosia il Paradiso Terrestre
e oggi mi divorano
i quattro cavalieri neri
la Fame, la Guerra,
la Peste e le Bestie
che vomitano fuoco.
Il mio nome è Africa....
Africa di carne viva
Africa velo strappato
Africa pervertita
Africa orologio fermo
il mio nome è Africa.
Il mio nome è Africa....
Mi guardi e non mi vedi,
o forse non vuoi vedermi;
o forse dove sei non arrivano le suppliche
dei miei poveri figli
che, come i tuoi,
sono nati da donne.
Il mio nome è Africa...
Africa mani vuote
Africa occhi grandi
Africa pancia gonfia
Africa gambe scheletriche
il mio nome è Africa....
Il mio nome è Africa....
Il mio nome è Africa....
vago in un mondo che
non mi lascia e non mi prende;
scarico sulle banchine sud del Tamigi,
vendemmio sul Duero,
spazzo le strade di Parigi,
costruisco Roma.
Il mio nome è Africa...
Africa pena che canta
Africa prigioniera
Africa che si dissangua
e vaga su una zattera.
Il mio nome è Africa....
Africa bambola rotta
Africa clandestina
Africa a cui germogliano
fiori dalle spine.
Il mio nome è Africa....
Africa... Africa.... Africa...
Joan Manuel Serrat
venerdì 3 giugno 2011
L’ITALIA CHIEDA ALL’ONU UN INTERVENTO ECONOMICO E SOCIALE IN NORD AFRICA
3 giugno 2011
La crisi del Nord Africa non può lasciarci indifferenti. L’Europa si è mossa con enorme ritardo dal punto di vista politico ed è ancora addirittura ferma nella ricerca di una soluzione alle enormi emergenze che la crisi in quei paesi stanno causando. Non solo. La risposta di alcuni stati europei è stata totalmente inadeguata perché si è concretizzata solo con atti di guerra nei confronti del regime di Gheddafi con danni alla popolazione civile. Possiamo dirlo: l’Europa ha perso quel ruolo di primo piano diplomatico che ha sempre avuto nella sua storia. Ma se tutti questi errori non bastassero se n’è aggiunto un altro, ancora più grave, quello dell’incapacità di intraprendere una vera politica dell’accoglienza senza la quale, a mio parere, l’Europa e l’Italia si pongono al di fuori della storia. Non si può far finta di ignorare quello che sta accadendo, perché le guerre civili, che si sono scatenate negli ultimi mesi e che si stanno estendendo a macchia d’olio, ultimi in ordine Yemen e Siria, stanno provocando ondate sempre più massicce di fuga da quei paesi. Migliaia di persone scappano per cercare nuove opportunità, oppure più semplicemente perché non vogliono vivere rischiando ogni giorno di perdere la vita. Tra di loro ci sono bambini, giovani madri, donne incinte e già molti sono gli incidenti delle carrette del mare, vecchie imbarcazioni spesso incapaci di sostenere il peso di tante persone.
Ieri l’ultima tragedia, denunciata dall’Onu, secondo cui circa 150 persone sono annegate in mare al largo delle coste tunisine per il naufragio di un’imbarcazione in avaria che cercava di raggiungere Lampedusa. Tutto il mondo deve provare tristezza e rabbia di fronte a questa che non è la prima tragedia né quella di maggiore dimensione. Non si può più rimanere a guardare mentre centinaia di persone scappano da sofferenza, fame e poverta’ e, anziche’ trovare una nuova vita, muoiono. L’Italia si faccia promotrice di una grande azione internazionale congiunta, che coinvolga le Nazioni Unite, per ridare al nostro Paese prestigio e dignita’. Finora siamo stati il paese delle politiche razziali e dei respingimenti suggeriti della Lega, di un presidente del Consiglio che baciava la mano ai dittatori e di un ministro degli Esteri fantasma. E’ ora di invertire la rotta. Sono necessari e urgenti interventi di politica economica e sociale a livello locale e strumenti di accoglienza a livello internazionale. Gli sforzi persi in inutili guerre possono essere destinati a questo scopo. Siamo ancora in tempo. L’Europa e l’Italia più volte nella propria storia, anche recente, hanno dimostrato di saper essere solidali e accoglienti.
domenica 1 maggio 2011
Capperi, che ragazzi a PANTELLERIA .................
GLI STUDENTI DELL’ALMANZA ALLA RICERCA DELLA LEGALITÀ PERDUTA DI QUEST’ITALIA
il giorno domenica 1 maggio 2011 alle ore 17.19
di Nando Dalla Chiesa (il Fatto Quotidiano)
Mentre a Roma si smonta la legalità, a Pantelleria si discute su come realizzarla.
Eccolo qui il paradosso di un mattino di scirocco passato sotto un tendone a settanta chilometri dalla Tunisia.
I luoghi del potere che disfano le leggi, e questo lembo estremo di Italia, il più vicino all’Africa, impegnato a difenderle.
Mentre i suoi abitanti fanno a gara a offrire ospitalità, cibo, vestiti e assistenza medica ai duecento tunisini arrivati avventurosamente sotto Pasqua, quattro giorni di viaggio e di paura.
Il tendone è verde e bianco e il vento smanaccia ogni tanto gli ingressi e le bandiere dentro.
Immagini del Cristo ovunque, ora solenni ora infantili, a ricordare che questo per un po’ di mesi è anzitutto luogo di preghiera, poi, quando la chiesa sarà a posto, si vedrà. Circa duecento ragazzi dell’Istituto statale onnicomprensivo “Almanza”.
Vari indirizzi di scuola superiore ma anche medie inferiori.
Il sindaco Alberto Di Marzo, con cappellino d’accoglienza “Pantelleria libera”, il preside Francesco Pavia, la presidentessa del Lions club di Pantelleria Emilia Culoma.
Le divise dello Stato, che qui sono Carabinieri e Marina.
E, dietro, un progetto ispirato, anzi fortemente voluto da una giovane insegnante di religione, Stefania Bongiorno, di Castelvetrano e con dottorato di ricerca alla Facoltà teologica di Palermo ma con incarico part-time sull’isola.
Tutto è irrituale, a pensarci.
L’avamposto italiano nel Mediterraneo, sei ore di navigazione da Mazara del Vallo.
La presidentessa di un Lions, impegnata nell’Aido, l’associazione dei donatori di organi, in ricordo del figlio sedicenne, e un’insegnante di religione (scelta dalla diocesi e per giunta pendolare…) che fanno da battistrada alla legalità dello Stato. Ragazzi che, appena cresciuti, cercheranno di andar lontano.
Nessuno sa che cosa faranno dopo. Un seme, intanto gettiamo un seme, dicono gli insegnanti.
Davvero testarda questa scuola italiana, e forse è per questo che viene spontaneo raccontarla una volta di più.
TESTARDA in questa sua idea di promuovere la Costituzione, nonostante i tempi e le mode. E di “inculcare” così negli studenti, come va denunciando il premier, valori diversi da quelli delle famiglie di appartenenza.
Testarda per la determinazione con cui continua a fare tutto questo anche di fronte ai tagli.
“Io ho portato i miei studenti nell’aula bunker di Palermo per l’anniversario di Falcone”, spiega Maritella Barracco, insegnante alle medie.
“E siccome non avevamo fondi sa che cosa ho fatto?
Ai ragazzi che avevo con me ho pagato io la cena e poi li ho ospitati tutti nella mia casa di Mazara del Vallo”.
Volti di un’Italia lontana, sconosciuta, che fa cose eccezionali ma che non vedrete mai nei talk show televisivi.
I ragazzi raccontano e chiedono.
Indovini su molte labbra le prime pelurie, su molti occhi i primi rimmel e ombretti inesperti.
Michele ha le mani che gli tremano quando legge ai compagni il racconto della sua partecipazione al premio di giornalismo scolastico Mauro Rostagno.
Ilaria chiede perché della mafia si parla sempre al passato. Andrea vorrebbe sapere, a nome di un gruppetto di suoi compagni, che cosa sia esattamente la mafia; e poi che cosa la distingua dalla ‘ndrangheta e dalla camorra.
C’è chi chiede se i mafiosi comandano ancora in carcere, se è vero che pasteggiano ancora ad aragoste, visto che qualcuno che si fa corrompere lo trovano sempre. Parlano Tiziana e (con più timidezza) Marika.
Parla Clara.
Scrosciano applausi quando si ricorda che il fulcro della lotta alla mafia sta nel garantire come diritti quelli che la mafia dà come favori. Si appassionano anche gli insegnanti.
Domande sulle fiction televisive, ma anche sulla mafia in Lombardia.
Tutto sommato qui si è sempre pensato che la mafia nasca dalla disoccupazione giovanile. Ma come diavolo fa ad attecchire dove c’è benessere, dove c’è lavoro?
È un grande catino di umori, di interessi, di atteggiamenti, nei quali occorrerebbe metter mano ogni giorno con amore e con pudore.
L’AMORE e il pudore che si impossessano magicamente di tutti quando prende la parola Susanna, terza media.
Susanna ha il viso magro e scintillante, gli occhiali a rettangolo, i capelli tirati indietro. Legge la sua domanda.
Dice che, visto quel che sta succedendo nel nord Africa, “oggi che sono cresciuta, penso e apprezzo il fatto che a 4 o 5 anni sono arrivata clandestinamente in Italia, perché capisco la scelta dei miei di farmi vivere in un Paese dove si può parlare ma non si parla”. Dice di avere visto morire gente per la libertà e di ammirarla.
E si chiede che speranza c’è se anche i capi degli Stati hanno atteggiamenti mafiosi. Se sanno delle organizzazioni criminali che gestiscono i viaggi illegali ma non fanno nulla per fermarli.
Susanna è nata al Cairo.
Un applauso spontaneo la sommerge e lei scappa fuori dal tendone a piangere un vissuto che si può solo intuire.
Pantelleria è luogo dove costruire legalità è più difficile. Primo approdo per i venti della storia, ma lontani da chi ti può aiutare.
Anche se le buone leggi dello Stato per fortuna funzionano anche qui.
Ieri era l’anniversario, il ventinovesimo, dell’assassinio di un grande italiano-siciliano, Pio La Torre.
La sua legge, ha ricordato il sindaco, farà del bene anche a Pantelleria.
Il terreno confiscato al boss Francesco Pace, sotto l’aeroporto, avrà destinazione sociale.
Forse in un progetto sport e legalità.
Sono i segni (e i semi…) di una storia faticosa che non si è fermata.
Incontrandosi ogni volta con le prime pelurie e i primi ombretti inesperti di nuovi adolescenti.
giovedì 7 aprile 2011
Razzismo a Como ....................

IL CASO
Razzismo, a Como sputi e insulti
su una cestista di colore del Sesto
Abiola Wabara, italiana figlia di nigeriani tesserata per la Geas (serie A), è stata bersagliata dai tifosi
della formazione di casa. Il suo presidente aveva chiesto invano all'arbitro di sospendere la partita
di GABRIELE CEREDA
Abiola Wabara
Sputi, insulti, cori razzisti rivolti all'indirizzo di una giocatrice italiana di origine nigeriane. L'episodio ieri sera nel corso di Comense-Geas Sesto San Giovanni, gara di cartello per la serie A femminile di basket. Durante l'incontro un gruppo di tifosi della squadra locale ha preso di mira Abiola Wabara, 29enne ragazza di colore che indossa anche la maglia azzurra. Ogni volta che il pallone era nelle sue mani, dagli spalti arrivavano fischi ululati. Più volte il presidente della Geas, Mario Mazzoleni, ha chiesto all'arbitro di sospendere la partita, come è previsto dal regolamento, ma la gara è proseguita fino al termine.
Alla fine del match, quando le squadre stavano tornando negli spogliatoi, il gruppo di tifosi ha avvicinato l'ala cbersagliandola con una raffica di sputi. Solo grazie all'intervento dei dirigenti delle due squadre la situazione non è sfociata in qualcosa di peggio. “Sono dispiaciuta per quanto accaduto, ma sono una sportiva e penso a giocare. Quanto è successo appartiene già al passato”, si limita a dire Wabara. “E' un peccato che una bella partita sia rovinata dalla presenza di gente così becera, che con lo sport non c'entra nulla. La partita andava sospesa. Non farlo è stato un errore”, ribadisce il presidente della squadra milanese.
Per il momento l'episodio è stato segnalato alla giustizia sportiva, ma presto il fascicolo potrebbe finire sulla scrivania della magistratura ordinaria. Nel frattempo sono in corso accertamenti da parte delle forze dell'ordine per individuare il gruppo composto da 15 persone che ha pesantemente insultato la giocatrice e ha poi cercato anche lo scontro fisico.
(07 aprile 2011)
mercoledì 6 aprile 2011

Ong ‘Everyone’ chiede inchiesta internazionale: “urgente individuare i colpevoli del massacro. l’Europa deve fare di più” - Erano partiti da Tripoli nella notte tra lunedì 22 e martedì 23 marzo: 335 profughi sub-sahariani, tra cui anche donne e bambini, per la maggior parte etiopi ed eritrei, erano salpati dalla Libia, fuggendo dalla persecuzione, nella speranza di raggiungere le coste italiane.
Del barcone, guidato da uno scafista, si erano perse le tracce pochissime ore dopo la partenza, e un familiare di due dei passeggeri aveva lanciato l’allarme contattando l’Agenzia Habeshia e il Gruppo EveryOne, che subito si erano attivati per chiedere alle autorità internazionali il pattugliamento delle acque e l’intervento dell’Alto Commissario ONU per i Rifugiati.
“Questa mattina, a distanza di due settimane di inerzia e indifferenza da parte di istituzioni e autorità internazionali, ci è giunta notizia da don Mussie Zerai che il mare sta restituendo i corpi di quei migranti, crivellati da colpi di arma da fuoco”. Lo denunciano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti dell’organizzazione umanitaria internazionale EveryOne. “Sembrerebbe infatti che il natante che trasportava i profughi sia stato attaccato nel Mediterraneo, e che gli spari siano stati talmente immediati e intensi da non consentire ai migranti di lanciare l’allarme attraverso il telefono satellitare che era con loro a bordo” spiegano.
“Si tratta di una vicenda oscura, che traccia uno scenario assolutamente drammatico su cui la NATO, di concerto con le Nazioni Unite, deve fare chiarezza. Chiediamo” proseguono gli attivisti del Gruppo, “al Ministro italiano degli Esteri Frattini di riferire in Parlamento sulla vicenda, nonché al Parlamento europeo di istituire una commissione d’inchiesta europea.
Riteniamo inoltre fondamentale che il Consiglio d’Europa, l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani e l’Alto Commissario ONU per i Rifugiati esercitino pressioni affinché sia convocata dagli Stati europei la Commissione internazionale d’inchiesta in ambito umanitario con sede a Berna (http://www.eda.admin.ch/eda/it/home/topics/intla/humlaw/ihci.html), la cui segreteria è diretta dal Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) della Svizzera, ovvero lo Stato depositario della Convenzione di Ginevra e dei protocolli aggiuntivi.
E’ urgente individuare i responsabili di tale massacro, che non solo si configura come una grave violazione del diritto internazionale umanitario, ma si configura come crimine contro l’umanità, così come inteso dallo Statuto della Corte Penale Internazionale de L’Aja”.
EveryOne critica poi l’assenza dell’Europa nell’impiego di uomini e mezzi per il pattugliamento delle acque internazionali tra Italia e Libia, anche in relazione all’ultima tragedia che ha visto naufragare questa notte un barcone con 200 somali ed eritrei a bordo, di cui solo 47 sono stati tratti in salvo. “Si tratta di tragedie del mare” proseguono Malini, Pegoraro e Picciau, “che mettono in luce la mancanza di piani di soccorso per i profughi.
Sarebbe necessario uno spiegamento di mezzi - sia marini che aerei - dedicati e strumenti moderni di soccorso, visto il flusso di migranti che in queste ore si sta mettendo in viaggio, nonostante le avverse condizioni meteo: mancano sistemi avanzati di monitoraggio e non esiste una logistica in grado di intervenire con urgenza ed efficacia nel momento in cui si verifica l'avaria di un natante o viene lanciato un SOS. Sembra che l'Europa sia concentrata più su azioni mirate a fermare il flusso di profughi, aggirando la Convenzione di Ginevra, che sulle dovute politiche umanitarie".
EveryOne Group
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